Per l'arte tutto, per la vita il resto.

Le origini

Beppe Levrero nasce il 13 ottobre 1901 a Genova Voltri da famiglia novese: il padre Giovanni Felice era capostazione a Voltri e la madre Anna Cabella casalinga.
La zia Carlotta, sorella del padre, maestra a Novi Ligure, è la prima a capire le inconsce aspirazioni del nipotino Beppe, così pure lo zio Luciano Cabella, violinista compositore assai noto in quei tempi.
Levrero trascorre l’infanzia a Novi Ligure da quando il padre, andato in pensione, acquista un’antica casa già dei marchesi Pinelli, costruita tra la fine del Seicento e i primi del Settecento.
Figlio unico, già da ragazzo è interessato alla pittura che segue da autodidatta rifugiandosi sulla torretta dell’antica casa.

Gli Studi

A Novi frequenta il ginnasio e il liceo classico, tranne la permanenza nel collegio degli Scolopi a Savona, fino a che, iniziata la prima guerra mondiale, il collegio è adibito a ospedale militare.
Dopo aver compiuto gli studi classici si iscrive alla facoltà di chimica dell’Università di Genova per compiacere il padre e contemporaneamente studia pittura nei musei di Palazzo Bianco e Palazzo Rosso in Genova, consenziente l’assistente di chimica dottor Sensi che aveva capito le sue doti e le sue vere aspirazioni.
Nel frattempo – siamo intorno al 1921 – tramite la nobildonna Giuseppina Coulant Peloso conosce lo scultore Leonardo Bistolfi, che convince il padre ad aderire alle volontà del figlio. Trasferitosi a Torino, frequenta lo studio del Maestro Leonardo Bistolfi per poi frequentare lo studio di Agostino Bosìa, dove assiduamente e con ferrea disciplina studia pittura per sei anni.

Le influenze artistiche

I suoi veri maestri sono la natura, Antonio Fontanesi e Francesco Guardi studiato nei frequenti viaggi a Venezia, William Turner e John Constable. Pur essendo stato amico dei maggiori pittori e scultori dell’epoca e dei postfuturisti torinesi, da Fillia a Oriani a Pozzo, sia per ragioni di indipendenza, sia per innata personalità, non si è mai legato alle varie tendenze né di ieri né di oggi. Fa amicizia con i maggiori pittori e scultori: da Carlo Carrà a Ardengo Soffici, da Mario Tozzi a Gino Severini e, a Torino, da Francesco Menzio a Luigi Spazzapan, a Gigi Chessa, da Umberto Mastroianni a Felice Casorati e molti altri nei suoi assidui trasferimenti a Milano, Roma e Venezia.

ppe Levrero e Omiccioli Torino 1967

Beppe Levrero e Omiccioli - Torino 1967

Così scrive di lui Angelo Mistrangelo nel testo critico sul catalogo Mazzotta della mostra antologica del 1999:

“...Gli alberi, i soli cosmici, le gelate sembrano ricondurci a una sorta di neoromanticismo che però si stempera nella straordinaria forza di un espressionismo mediterraneo, nei sottili riferimenti a Turner e in una solida struttura compositiva.”

ed ancora come scriveva lo scultore Sandro Cherchi su Nuove Dimensioni del 1963:

“…tutto si muove nella sua pittura, i suoi paesaggi sono sconvolti o meglio travolti da una furia espressionistica che altro non fa pensare che il nostro amico sia stato violentemente messo in moto da un ribollore dell’anima, da una giovinezza improvvisa e ruggente, in cui diventa poesia e meditazione: la tempera favorisce questo nuovo momento di Levrero per la sveltezza dell’esecuzione e la bellezza della materia”.